GoBlog - Paolo Bruschi
Perché Fabio Fognini mi intristisce

Non vale più la pena chiedersi perché l’Italia non riesce a esprimere un tennista degno di questo nome dai tempi di Adriano Panatta, ovvero da oltre 30 anni. Si tratta di uno di quegli enigmi insondabili che, al pari dell’identità delle famiglie Auditel o della sempre crescente curva del debito pubblico, lasciano sgomenti anche i solutori più abili.
Dell’ultima prodezza di Fabio Fognini, l’attuale n. 1 del tennis italiano e n. 17 della classifica mondiale, non salta pertanto agli occhi l’ennesima dimostrazione di arrendevolezza tecnica - di fronte alla quale si alzano le spalle a causa dell’irrisolvibile mistero di cui sopra -, quanto la pervicace ostinazione nello sciorinare in ogni angolo del globo l’ormai abituale e vasto campionario di isterismi e cafonerie varie. A Shanghai, il tennista ligure ha perso in due set contro il cinese Chuhan Wang, n. 553 (!) del ranking, e all’uscita dal campo ha mostrato il “dito medio” a uno spettatore che lo aveva “beccato” durante il match. Per questa intemperanza, si è visto appioppare una multa di 2.000 dollari dall’ATP.
L’ultimo salasso, appena percettibile per chi in carriera ha pur sempre guadagnato quasi 5,2 milioni di dollari, è solo l’ennesimo di una stagione in cui Fognini ha dato il peggio di sé a Montecarlo, dove aveva insultato il padre presente fra il pubblico, al Roland Garros, quandò fracassò una racchetta ai piedi di un giudice di linea, e a Wimbledon, il tempio immacolato del tennis, dove si era esibito in una vergognosa sceneggiata nell’incontro (pur vinto) contro Alexander Kuznetsov, rimediando un’altra multa di 27mila dollari.
Questa caduta nelle profondità di una psiche inadatta a sopportare le pressioni di uno sport che principalmente esige concentrazione e controllo di sé, è tanto più avvilente se si pensa che solo un anno fa Fognini ci aveva illusi tutti quanti. Ci aveva illusi di essere cambiato.
Il lavoro con il coach iberico Josè Perlas aveva affinato colpi già baciati dal talento di un braccio raro, ma soprattutto si erano visti i risultati dovuti allo sforzo di tenere a bada un carattere fumantino, ovvio nemico del successo. Fognini pareva aver capito che se non sei McEnroe o Connors (gli insuperati bad boys del tennis americano, protagonisti di storici scoppi d'ira con arbitri e avversari) non puoi permetterti di dissipare preziose energie fisiche e mentali in incontinenze e follie comportamentali.
Come per magia, ma in effetti come frutto di una salda applicazione, nel 2013 erano venute le vittorie in sequenza nei tornei di Stoccarda e Amburgo e addirittura una striscia di 13 successi consecutivi, interrotti dallo spagnolo Tommy Robredo nella finale di Umago, cui il sanremese arrivò comprensibilmente scarico dopo tre settimane tirate al massimo.
La piena espressione di un potenziale fino ad allora frenato dall’immaturità e dall’irrefrenabile tendenza a buttarsi via, infondeva fiducia, ci faceva star bene. Il fatto poi che quella (ri)nascita fosse avvenuta in Germania, davanti agli occhi di un paese che ci tiene sotto osservazione per assai più importanti motivi, che ci ama ma non ci stima e che ci chiede un giorno sì e l’altro pure di “fare i compiti a casa”, rappresentava un motivo di orgoglio e una possibile spinta a credere in noi e nelle nostre possibilità di risalita, sportiva e non.
Dodici mesi dopo, Fognini è ripiombato nella prigione dei suoi infantilismi, della sua pazzia autodistruttiva. Per colmo di simbolismo, il punto più basso dell’abisso è stato toccato ad Amburgo, dove Fognini ha perso al primo turno dal n. 149 del mondo, il serbo Filip Krajinovic, insultandolo biecamente e uscendo fra i meritati fischi degli spettatori teutonici.
Quanti fra loro avranno pensato che la metafora è chiara? No, non c’è Jobs Act che tenga; non siamo maturi, né affidabili. Non si può contare su di noi, perché impegno e dedizione di lungo periodo non abitano il nostro DNA. Noi respingiamo sdegnosamente la massima di Thomas Edison, secondo cui il genio è per l’1% ispirazione e per il 99% traspirazione, cioè fatica. Anzi, come dimostrano gli elogi tributati al “Fogna” nonostante l’ormai evidente abdicazione del suo (presunto) genio alla sua (patente) sregolatezza, pensiamo di essere simpatici, irresistibili e “brava gente”, al peggio delle incorreggibili canaglie con il cuore tenero e un’incontenibile tendenza al teatro, che ci merita in ogni caso l’indulgenza del prossimo. Insomma, siamo i fuoriclasse del millantato credito, i campioni della riposta fiducia nel salvifico “stellone” e perciò crediamo di essere i migliori, ma per naturale predisposizione d’animo o per il tocco della grazia, giammai per il frutto di sforzi programmati e continui.
Ecco perché Fabio Fognini mi intristisce.
Paolo Bruschi