Francesco Rigoli, 30enne psicologo cresciuto a Castra e residente a Londra, parla attraverso la sua esperienza dei problemi di chi vuole fare ricerca in Italia, dai pochi soldi alla mancanza di stimoli a fare meglio. Da segnlare anche che fra quelli intervistati finora per questo blog, è quello che parla meglio della prpria esperienza in Italia.
LA SCHEDA
Nome: Francesco Rigoli
Anni: 30
Cresciuto a: Castra, comune di Limite e Capraia
Studi: diplomato al Liceo scientifico Pontormo di Empoli (2002), laurea di primo livello in psicologia clinica all’università di Firenze (2005), laurea specialistica in psicologia cognitiva applicata a Bologna (2007), dottorato di ricerca in scienze cognitive all’università di Siena (2011), anche se svolto di fatto fra Roma e Cambridge.
Residenza e professione: vive a Londra e lavora in un laboratorio di neuroscienze all’University college of London.
Prima esperienza all’estero: a Cambridge alla fine del dottorato.
Lavoro in Italia: alcuni lavori di breve periodo durante l’università, più il dottorato di ricerca.
Frase: In Italia ci sono persone in gamba ma troppo spesso appena si entra in ambito accademico ci si sente deresponsabilizzati e si finisce col non fare niente. Qualsiasi cosa si faccia non si viene sanzionati né premiati.
L’INTERVISTA
Come ha deciso di andare all’estero?
Ho sempre desiderato di fare un’esperienza fuori dall’Italia. Mi sarebbe piaciuto anche fare un progetto Erasmus sia durante la triennale che durante la specialistica ma poi non è stato possibile. Volevo sperimentare la vita all’estero, anche perche ero consapevole che in Italia non è possibile fare ricerca al livello garantito in Inghilterra. Diciamo che l’esperienza iniziale è diventata poi una scelta a più lungo termine. In Italia fare il mio lavoro è molto rischioso.
Lavori in Italia ne ha fatti?
A parte lavoretti per mantenermi durante l’università, l’unica esperienza simile a quella di adesso è il dottorato di ricerca, che giudico molto positiva. Ho lavorato a Roma in un laboratorio del Cnr. È una situazione totalmente precaria e con pochi fondi, ma nonostante questo le persone che ci lavorano sono aperte, positive e professionali. Il problema è che non si sa quanto dura. Rispetto ad alcuni anni fa sono molto diminuiti i fondi europei e fra un anno la metà del personale potrebbe essere senza lavoro. Io avevo la borsa di studio di 1100 euro al mese, che è la cifra standard dei ricercatori in Italia.
Nella tua esperienza, quali sono le principali differenze fra il mondo del lavoro italiano e quello estero?
Qui il lavoro è estremamente flessibile, poco tempo fa leggevo di licenziamenti di massa di ricercatori e altri docenti universitari. La vera differenza è che rispetto all’Italia ci sono molte più possibilità, quindi anche se si resta senza lavoro poi lo si ritrova. Inoltre il livello di finanziamenti e la possibilità per fare ricerca sono elevate e lo stipendio è più alto, così che si può vivere decentemente anche se il costo della vita è superiore. C’è poco da fare, qua ci sono molti più soldi nella ricerca e questo dà una grande libertà che in Italia è preclusa. Altra differenza importante, in ambito accademico non c’è nepotismo come in Italia, qua si premia il merito. Nonostante questo in Italia ci sono persone in gamba ma troppo spesso appena si entra ci si sente deresponsabilizzati e si finisce col non fare niente. Qualsiasi cosa si faccia non si viene sanzionati né premiati. Riassumendo: qua ci sono più soldi e più meritocrazia.
Dell’Italia cosa le manca?
Il sole, il cibo e poi la gente, che qua è diversa. In Italia le persone sono molto più amichevoli, qua sono più impostati e focalizzati sul lavoro. Per quanto mi riguarda anche il clima italiano mi manca molto. Qui è molto più freddo, soprattutto in estate.
Torneresti a lavorare in Italia?
Sì, purché possa avere una prospettiva lavorativa di lungo periodo. Però proprio per questo motivo credo che rimarrò qua per diverso tempo. Se volessi tornare a lavorare in Italia penso che potrei farlo anche il mese prossimo, ma per contratti veramente incerti.
Il voto alla sua vita adesso rispetto a quello quando era in Italia.
Io non sono andato via dall’Italia odiandola perché non ne potevo più. Forse in questo senso ho fatto prevenzione, evitando di fare diretta epserienza della precarietà e della mancanza di efficienza che spesso c’è nel mondo della ricerca italiano, e me ne sono andato alla fine di una bella esperienza professionale. Il voto alla fine diciamo che è sette per entrambe le esperienze.
Segnalateci i toscani all’estero che conoscete. Per alimentare questo blog gonews.it chiede aiuto ai suoi lettori. Chiunque conosca un toscano che è andato a lavorare all’estero ce lo segnali con una email a redazione@gonews.it con una sua breve descrizione: quanti anni ha, dove viveva in Toscana e dove lavora adesso. Se poi inserite nella email un contatto Skype sarebbe perfetto.
