Irene Tinagli, empolese di nascita e parlamentare della lista 'Scelta Civica', ha presentato ieri, sabato 21 giugno, il suo ultimo libro 'Un Futuro a Colori' alla libreria Rinascita di Via Ridolfi a Empoli.
Un libro che è nato con l'obiettivo di offrire prospettive e speranze oltre la crisi economica, “accendere una scintilla, rimettere in moto la voglia di muoversi e di provarci”, come spiega la stessa Tinagli.
Accanto a lei era presente anche l'onorevole Dario Parrini, ex sindaco di Vinci, e la neo presidente di 'Unicoop' Daniele Mori. A moderare l'incontro il giornalista della Nazione Francesco Meucci.
'Un Futuro a Colori' è soprattutto una raccolta di storie di successo in cui si è imbattuta l'economista e con cui si cerca di delineare una prospettiva di crescita che parta dalle persone, dalle proprie competenze e dalla capacità individuale di reagire alla crisi. Un'idea riassumibile in una frase: “Basta piangersi addosso”.
La crisi economica ha colpito soprattutto i giovani la cui disoccupazione ha raggiunto addirittura il 40%. Un momento di depressione economica che diventa anche crisi di prospettive: insomma la recessione, al di là dei numeri, è anche un momento di paura, un fardello che ognuno porta sulle spalle e che impedisce di muoversi liberamente, rischiare e mettersi in gioco.
È contro questa tendenza che Irene Tinagli ha scritto il suo libro: “L'obiettivo – spiega – è ridare speranza ai giovani e alle famiglie mostrando i margini di azione nel moderno mercato del lavoro e nella moderna società”.
“Viviamo un paradosso – continua - da una parte abbiamo giovani che fanno fatica a vedere le opportunità, ma dall'altra abbiamo spazi di opportunità che non riusciamo a sfruttare. Sono in aumento le aziende che non riescono a trovare le persone adeguate per determinati compiti e in Europa ci sono 2 milioni di posti vuoti”.
E il grande imputato contro cui la Tinagli si scaglia è il mondo della formazione: “Bisogna riformare sistemi che aiutino i giovani a formarsi e ad accedere nel mercato del lavoro. Servono modelli educativi che vadano incontro alle esigenze del mondo moderno e che investano tutto il sistema fin dai primi anni del bambino”.
Modelli formativi che, quindi, riescano a "trovare e valorizzare i propri talenti" come spiega Daniela Mori.
"Il nostro sistema scolastico - continua la presidente Unicoop -è rimasto fermo alla rivoluzione industriale. La scuola non stimola la creatività e non stimola i nostri talenti".
Il libro va incontro all'evidente pericolo di ridurre la crisi e i dati sulla disoccupazione alla scelta di un metodo educativo o di un altro, ma, sicuramente, chiama in causa uno dei grandi problemi italiani: la scuola.
E con un'ottica internazionale Irene Tinagli mette a confronto i sistemi, ne individua le falle e cerca di delineare i margini di cambiamento a partire ad esempio dalla meritocrazia:
“In America non tutte le Università sono uguali, e un 'pezzo di carta' ha valore diverso. Il giovane può accedere semplicemente a statistiche con cui orientarsi e scegliere l'Università più adatta o quella migliore. Il sistema della ricerca è considerato fondamentale ed è in base ai risultati che questo raggiunge, che si valuta l'Università stessa. Infine i professori vengono costantemente valutati per quello che fanno”.
Un'idea su cui converge anche l'onorevole Dario Parrini: “Dobbiamo riflettere sul valore legale del titolo di studio. Non tutte le università sono uguali e non tutti i 110 e lode hanno pari valore. Quando accanto alle proteste per i tagli, scenderemo in piazza anche per la meritocrazia avremo fatto un grande passo avanti.”.
Questa prospettiva però merita una riflessione. Mettere in dubbio il valore legale del titolo di studio significa proporre un pacchetto di leggi e norme che renda più selettivo l'accesso all'Università, che tagli i corsi inutili, che investa massicciamente sulla ricerca e sulla formazione e che metta in competizione gli Atenei.
Significa applicare la scelta meritocratica che 'l'Università non sia una cosa per tutti' e significa riversare nel mondo del lavoro migliaia di giovani inadeguati allo studio, impegnati attualmente in corsi inutili o in perenne ritardo con gli esami per poi porsi la conseguente domanda: il mercato del lavoro è pronto a riceverli?.
Inoltre c'è un problema economico-politico: i fondi. Le Università americane e inglesi ottengono milioni e milioni di finanziamenti pubblici e privati.
Insomma appare un po' un ossimoro, in un contesto in cui da almeno 10 anni il settore scuola è messo alle corde, l'idea che “non è solo un problema di soldi e di tagli, ma soprattutto di meritocrazia”.Come in un'azienda, di fatto è con metodo manageriale che si gestiscono le grandi Università , senza investimenti non si cresce.
Una cosa è certa: la scuola non può essere un 'limbo' in attesa di occupazione, ma deve formare talenti. Serve un piano di miglioramento del settore che si apra alle esperienze internazionali, che garantisca un accesso più immediato al lavoro e che migliori costantemente la propria offerta formativa.
"Dobbiamo ad esempio premiare - spiega Parrini - i nostri professori. Gli scatti di anzianità dovrebbero essere sostituiti con scatti di merito, valutando i risultati ottenuti come fanno in altri paesi ".
Dall'altra parte serve una responsabilizzazione dei giovani che non devono confondere il diritto allo studio con un 'livellamento al ribasso' che va a discapito della qualità dei nostri atenei.
In questo senso il libro di Irene Tinagli cerca proprio di dare una visione d'insieme sul sistema formativo e di proporre, in un'ottica internazionale, quei miglioramenti di cui ha bisogno. Ma allo stesso tempo invita i giovani a impegnarsi per raggiungere un obiettivo nonostante la crisi.
Forse, da 'parlamentare', quello che manca è proprio una discussione di merito sugli interventi da attuare in campo legislativo, ma in realtà il libro non si pone questi obiettivi e cerca di essere qualcosa di diverso, uno sguardo fiducioso sul mondo in tempi di crisi.
L'Onorevole Tinagli ha anche speso due parole sul suo rapporto 'politico' con Empoli: “Io sono andata via quando avevo 18 anni per studiare e quando ho inziato a fare politica mi si sono aperte possibilità a Roma. Non mi piace mettere il becco nella politica locale perchè non mi compete”

Giovanni Mennillo