Hachikō è diventato famoso quasi quanto Argo. Il secondo era il cane da caccia di Ulisse che – racconta Omero nel XVII canto dell’“Odissea” – vecchio, tormentato dalle zecche, ormai quasi incapace di muoversi, agita la coda e abbassa le orecchie alla vista del suo padrone tornato a Itaca dopo tutti quegli anni in cui prima ha combattuto a Troia e poi ha girovagato per il Mediterraneo spingendosi fino alle colonne d’Ercole, accogliendolo stremato al suo rientro un istante prima di morire e strappandogli l’unica lacrima che il coraggioso eroe versa.
Il primo è invece il cane sopravvissuto alla morte del suo padrone che per quasi dieci anni lo attese invano alla stazione in cui solitamente l'uomo prendeva il treno per recarsi al lavoro. Hachi o Hachikō o Chūken Hachikō – ovvero Otto, un numero considerato beneaugurante in giapponese, oppure Fedele o Cane fedele – non saltò neanche un giorno, fino all’8 marzo 1934 quando il suo cuore cedette, in quel rituale solo per un “infedele” privo di senso, non per un cane o per chi è innamorato. Tutto questo per dire quanto un cane possa essere importante per il suo padrone e viceversa, come del resto ha raccontato Thomas Mann in uno dei suoi capolavori.
Ecco perché negli hospice dell’Azienda sanitaria di Firenze diretti dal dottor Piero Morino – quello di San Felice a Ema, delle Oblate e al San Giovanni di Dio – gli animali d’affezione, cani o gatti che siano, possono entrare e stare con i loro padroni per rendere meno duro il distacco.
Un protocollo finalizzato alla gestione dell'accesso e alla permanenza all'interno della struttura di cani e gatti appartenenti al nucleo familiare dell'ospite è stato messo a punto all’hospice di San Felice a Ema, dove, insieme ai volontari della Fondazione italiana di leniterapia (File), l’esperto personale della Asl accompagna chi si trova nella fase terminale di una malattia inguaribile. Il protocollo, alla cui stesura hanno collaborato Cristina Rossi della direzione infermieristica e il dottor Carlo Ciceroni del servizio di Sanità pubblica veterinaria, serve a fornire ad operatori e volontari le informazioni su come favorire questa compagnia, in tutta sicurezza per sé e per gli ospiti del centro. Mette insomma nero su bianco una prassi che era in uso da tempo e che lo scorso anno consentì a un paziente delle Oblate di decidere serenamente di rinunciare alla dialisi pur di restare accanto al suo setter che gli era saltato sul letto.
I tre hospice dell’azienda dispongono complessivamente di 31 posti letto ed hanno ospitato lo scorso anno circa 600 persone, per le quali si è cercato fino all’ultimo minuto di migliorare la qualità della vita di chi si trova nella fase terminale di una malattia inguaribile, trattandola con ogni mezzo idoneo, medico, assistenziale, psicologico, spirituale, e con tutto il supporto e l’assistenza possibili a dare pienezza e conforto in quel tempo residuo sia al paziente che ai familiari, ai conoscenti più vicini e per fronteggiare il dolore, la separazione, la morte ed il lutto.
Fonte: Azienda Sanitaria 10 Firenze
