E' stata una testimonianza toccante la parte centrale del convegno diocesano delle Caritas che si svolge oggi, sabato 18 gennaio, al cinema Mignon a Montelupo Fiorentino.
Tra i relatori della mattinata è stata infatti ospite del congresso Claudia Francardi, vedova del carabiniere Antonio Santarelli, morto in seguito all'aggressione di Matteo Gorelli, giovane cerretese, nell'aprile del 2011 a Sovana, nel comune di Sorano.
A raccontare la propria dolorosa esperienza doveva essere presente anche la mamma di Matteo Gorelli, Irene Sisi, che non ha potuto partecipare a causa di un'influenza.
Tra le due donne è infatti nato un buon rapporto, accomunato dalla volontà di 'recuperare' Gorelli e di consentirgli di svolgere una vita il più possibile 'normale'.
Claudia Francardi ha raccontato questa mattina la sua esperienza, partendo da quello che è successo nella sua vita e nel suo animo da quel fatidico 25 aprile. "La mia vita - ha detto- si divide in quello che è successo prima quella data e dopo di essa".
Durante i loro incontri, le due donne si sono spesso interrogate sul tipo di educazione che aveva avuto Gorelli. "Non è facile essere la madre di un assassino. Irene ha spesso messo in discussione i suoi metodi educativi, l'infanzia di Matteo non è stata infatti semplice".
Quello di Claudia verso il perdono di Matteo Gorelli è stato sicuramente un percorso doloroso. "Ovviamente - ha continuato- ho passato varie fasi. Quando Antonio era in coma ho attraversato momenti di depressione, durante i quali non riuscivo ad alzarmi da letto, poi anche per nostro figlio Nicolò e grazie alla fede sono riuscita a rimettermi in piedi e ha trovare la forza e la volontà di incontrare chi aveva creato tutto questo dolore nella mia vita".
I primi incontri tra i due sono avvenuti durante il processo. "Alla prima udienza ho urlato a Matteo di guardarmi, volevo che vedesse il dolore che aveva provocato. Lui iniziò a piangere e non riusciva a sostenere lo sguardo. All'udienza che lo condannò all'ergastolo (oggi per Gorelli la pena è di venti anni, grazie al rito abbreviato) le parti si erano invertite: io piangevo, perchè non riuscivo a sopportare l'idea che quel ragazzo dovesse passare tutta la sua vita in carcere, lui invece mi guardava sorridendo. Mi ha poi confidato che con lo sguardo mi stava dicendo di stare tranquilla e che si meritava quella pena".
Dopo il processo Matteo e Claudia si incontrarono in forma privata alla presenza di don Mazzi: "Fu un incontro molto forte. Volevo vedere le mani che avevano ucciso Antonio e stringerle, insieme al rosario che avevo preso a Medjuegorie. Ancora oggi Matteo conserva quel rosario".
Non tutti hanno capito la scelta di perdono di Claudia: "sia dalla parte della famiglia di Antonio che da mio figlio il mio percorso non è stato sempre condiviso, anche se lo hanno sempre rispettato. Quello che io ricercavo non era la vendetta, Antonio credeva molto nel suo lavoro, che viveva come una missione. Visto che lui non c'è più e che è tornato tra le braccia del padre era come se dovessi continuare io questa missione, perdonando e cercando di recuperare Matteo".

Alice Pistolesi