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Il cardinale Betori sulle carceri: "Troppe promesse sono purtroppo annegate nel nulla"

Giuseppe Betori

 

La 'ri-nascita' dei detenuti ''significa il superamento della non-vita per non-persone che siamo costretti a subire''. E' quanto scrivevano in una lettera consegnata all'arcivescovo di Firenze cardinale Giuseppe Betori, un gruppo di detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano. Una lettera che Betori ha voluto leggere stasera, durante la messa per la solennità di Maria Santissima, rilanciando la loro voce 'soffocata', il loro appello contro la condizione carceraria: ''Possa la mia voce'' ha detto l'arcivescovo far risuonare quelle parole ''con maggior forza nella coscienza di quanti possono e debbono provvedere. Troppe promesse sono purtroppo annegate nel nulla. Non questa volta, per favore!''.

Prendendo spunto dal messaggio per la Giornata della Pace di Papa Francesco, Betori ha ricordato la sua ultima visita a Sollicciano dove, ha detto ai fedeli presenti nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, ''ho potuto vedere di nuovo come il sovraffollamento delle carceri e la loro organizzazione renda crudeli e barbare le pene inflitte ai detenuti - ha spiegato a -, che il carcere dovrebbe non annientare nella loro umanità ma al contrario redimere per un reinserimento positivo nella società''.

''Per noi, la luce da seguire è sempre più piccola e sempre più lontana - scrivevano i detenuti all'arcivescovo -; ogni giorno è una lotta per restare umani, per non perdere noi stessi e la nostra dignità, quando le necessità sono quelle primarie'' perché ''siamo gli ultimi degli ultimi, e il carcere funziona come una discarica, dove nascondere i problemi sociali''.

 

Solennità di Maria SS.ma Madre di Dio

Giornata Mondiale della Pace

1 gennaio 2014

Cattedrale di S. Maria del Fiore

[Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21]

OMELIA

Maria Santissima, nel mistero della sua maternità divina, illumina il primo giorno dell’anno nella liturgia della Chiesa. Resa da Dio dimora del suo Figlio, attraverso di lei la benedizione divina giunge a tutta l’umanità.

È un’immagine di gioia e di speranza quella che ci viene consegnata perché orienti i giorni che verranno, il cammino dell’umanità per la quale la parola di Dio, nella prima lettura, ha fatto risuonare la benedizione affidata dal Signore ad Aronne e al sacerdozio d’Israele. Una benedizione che parla di custodia, di luce, di grazia, di un volto di Dio benevolo, cioè di uno sguardo d’amore che genera pace. Garanzia di questa vita buona è il nome di Dio posto sul popolo, un richiamo esigente per un tempo, il nostro, che fatica a far spazio a Dio tra le molte confuse proposte che vorrebbero reclamare la nostra attenzione.

Alla promessa tracciata nel libro dei Numeri risponde la seconda lettura, un brano della lettera di Paolo ai cristiani della Galazia, in cui ci è stato detto che la benedizione di Dio si è attuata per noi con la venuta del Figlio di Dio, nato da una donna e venuta a riscattarci dalla schiavitù della Legge per renderci figli di Dio. Dio ci benedice in quanto ci lega a sé come figli. Un dolce legame di amore, che è l’esatto contrario di quell’immagine di limitazione dell’umano che tanta parte del pensiero contemporaneo vorrebbe farci credere che sia la fede religiosa: invece, la fede in Gesù ci rende non più schiavi, proprio perché figli, capaci di attingere alla vita stessa di Dio perché da lui amati di un amore che ogni giorno ci rigenera.

Questa rivelazione della figliolanza divina sta alla base anche delMessaggio che Papa Francesco ha inviato per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace. È dal 1° gennaio 1968 che i Papi esortano in questo giorno tutti gli uomini alla riflessione e alla preghiera per la pace. Giunta al 47° anno, la Giornata Mondiale della Pace ha come tema quest’anno la “Fraternità, fondamento e via della pace”.

Un tema di particolare attualità, perché, se è vero che la crescente globalizzazione fa emergere con maggiore evidenza l’interconnessione e la mutua dipendenza tra individui e popoli, è anche vero però che ciò non basta a promuovere atteggiamenti di condivisione. Non a caso il Papa, anche nel Messaggio per questa Giornata, torna a parlare del diffondersi di«quella “globalizzazione dell’indifferenza”, che ci fa lentamente “abituare” alla sofferenza dell’altro, chiudendoci in noi stessi». Riprendendo poi un’espressione di Benedetto XVI, denuncia che «la globalizzazione […] ci rende vicini, ma non ci rende fratelli» (Messaggio, 1).

Che la vicinanza non basti a fondare una vera fraternità lo mostrano già le vicende delle origini dell’umanità, segnate dal fratricidio, con cui la gelosia di Caino si abbatte su Abele per poi tentare di giustificarsi con il rifiuto a riconoscersi custode del fratello, responsabile della sua cura e protezione. Commenta il Papa: «L’umanità porta inscritta in sé una vocazione alla fraternità, ma anche la possibilità drammatica del suo tradimento. Lo testimonia l’egoismo quotidiano, che è alla base di tante guerre e tante ingiustizie» (Messaggio, 2).

Le ragioni della fraternità possono prevalere solo a condizione che si riscopra la comune radice della nostra umanità nella paternità di Dio. È questa paternità che il Figlio di Dio viene a rivelare e a rigenerare con la sua venuta tra noi. Di questa venuta la celebrazione odierna fa memoria nell’ottavo giorno dalla nascita, ricordando la circoncisione, con cui il Bambino entra a far parte del popolo d’Israele, e l’imposizione del nome, Gesù, che ne rivela la missione salvifica.

Riconciliati da Cristo, riconosciamo in Dio il volto di un Padre, «sollecitati a vivere una fraternità aperta a tutti» (Messaggio, 3), in cui nessuno è trascurato, diversamente dalla dominante “cultura dello scarto”: «Nella famiglia di Dio, […] tutti godono di un’eguale ed intangibile dignità. Tutti sono amati da Dio […]. È questa la ragione per cui non si può rimanere indifferenti davanti alla sorte degli altri» (Messaggio, 3).

Poste queste premesse, il Papa trae le conseguenze, prima fra tutte che «la fraternità è fondamento e via per la pace». Dalla fraternità nasce infatti il «dovere di solidarietà» tra le nazioni, il «dovere di giustizia sociale […] tra popoli forti e popoli deboli», il «dovere di carità universale, che implica la promozione di un mondo più umano per tutti» (Messaggio, 4).

La fraternità è inoltre «premessa per sconfiggere la povertà», non solo la povertà materiale ma anche la «povertà relazionale», attenuando le eccessive sperequazioni del reddito e inducendo a scegliere «stili di vita sobri ed essenziali» (Messaggio, 5).

Anche i processi economici possono trarre vantaggio dalla riscoperta della fraternità, in quanto la ricerca avida dei beni materiali è connessa al «depauperamento delle relazioni interpersonali e comunitarie». Ma il Papa avverte pure che «la crisi odierna, pur con il suo grave retaggio per la vita delle perone, può essere anche un’occasione propizia per recuperare le virtù della prudenza, della temperanza, della giustizia e della fortezza» (Messaggio, 6). Una più seria considerazione delle virtù umane è premessa indispensabile di una ripresa anche economica.

«La fraternità spegne la guerra», afferma il Santo Padre, lamentando come «molti sono i conflitti che si consumano nell’indifferenza generale». Quando l’insensibilità prende il posto della fraternità, le ostilità possono continuare a diffondersi impunemente. Di qui l’appello di Papa Francesco: «Rinunciate alla via delle armi e andate incontro all’altro con il dialogo, il perdono e la riconciliazione per ricostruire la giustizia, la fiducia e la speranza intorno a voi!» (Messaggio, 7).

«La fraternità genera pace sociale perché crea un equilibrio fra libertà e giustizia, fra responsabilità personale e solidarietà, fra bene dei singoli e bene comune» (Messaggio, 8). Da queste considerazioni scaturisce il richiamo del Papa a combattere la corruzione come pure il crimine organizzato e qui l’elenco che il Papa presenta è lungo e angosciante: produzione e spaccio di droga, sfruttamento del lavoro, traffici illeciti di denaro, speculazione finanziaria, prostituzione, traffico di esseri umani, abusi contro i minori, schiavitù, tragedie delle migrazioni.

A conclusione di questo elenco di crimini legati al disprezzo della dignità della persone umana, il Papa colloca alcune parole sulle «condizioni inumane di tante carceri», condizioni di cui offre una descrizione dura ma spesso purtroppo vera, anche in un Paese come il nostro che si vorrebbe testimone di civiltà: carceri «dove il detenuto è spesso ridotto in uno stato sub-umano e viene violato nella sua dignità di uomo, soffocato anche in ogni volontà ed espressione di riscatto» (Messaggio, 8).

Nei giorni precedenti il Natale ho avuto modo di tornare nel carcere di Sollicciano e ho potuto vedere di nuovo come il sovraffollamento delle carceri e la loro organizzazione renda crudeli e barbare le pene inflitte ai detenuti, che il carcere dovrebbe non annientare nella loro umanità ma al contrario redimere per un reinserimento positivo nella società. Vogliate ascoltare alcune parole che quei detenuti hanno scritto nella lettera che mi hanno consegnato in quella occasione: «Per noi, la luce da seguire è sempre più piccola e sempre più lontana; ogni giorno è una lotta per restare umani, per non perdere noi stessi e la nostra dignità, quando le necessità sono quelle primarie: cibo, acqua calda, igiene, il semplice spazio vitale, il contatto con gli affetti, la maggior parte di noi non ha casa, né lavoro; molti non hanno istruzione; altri sono affetti da malattie mentali e fisiche; qualcuno non vede i propri figli per anni, adducendo la scusa di essere a… lavorare lontano; quasi nessuno ha un futuro semplice; siamo gli ultimi degli ultimi, e il carcere funziona come una discarica, dove nascondere i problemi sociali. […] Signor Vescovo, oggi chiediamo a lei di farsi interprete della nostra voce soffocata, di dare lei voce alla nostra “ri-nascita” che per noi significa il superamento della non-vita per non-persone che siamo costretti a subire». Rispondo senza esitare a questo appello e faccio mie le parole di denuncia e di volontà di riscatto che i detenuti di Sollicciano mi hanno affidato. Possa la mia voce farle risuonare con maggior forza nella coscienza di quanti possono e debbono provvedere. Troppe promesse sono purtroppo annegate nel nulla. Non questa volta, per favore!

Lo sguardo del Papa si rivolge infine al rapporto tra la fraternità umana e la custodia e la coltivazione della natura. Anche queste sono parole che pesano: «La natura è a nostra disposizione, e noi siamo chiamati ad amministrarla responsabilmente. Invece, siamo spesso guidati dall’avidità, dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non custodiamo la natura, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio dei fratelli, comprese le generazioni future» (Messaggio, 9). Solo una salda fraternità tra gli uomini può suggerire forme corrette di rapporto con il creato, perché tutti, oggi e negli anni a venire, possano godere dei frutti della terra.

Concludo ancora con le parole di Papa Francesco, quelle conclusive del suo Messaggio: «Cristo è venuto nel mondo per portarci la grazia divina, cioè la possibilità di partecipare alla sua vita. Ciò comporta tessere una relazionalità fraterna, improntata alla reciprocità, al perdono, al dono totale di sé, secondo l’ampiezza e la profondità dell’amore di Dio»(Messaggio, 10). Nella fraternità edificheremo la pace.

 

Giuseppe card. Betori

Arcivescovo di Firenze

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