Sono tali ''le difficoltà in cui si dibatte la gente di questi tempi e anche lo smarrimento che le situazioni di precarietà sempre più diffuse generano nell'atteggiamento delle persone da diventare una vera e propria crisi di fiducia da parte delle persone.
Tutto questo è diventato quasi una catena inestricabile che lega insieme i momenti di precarietà, di smarrimento e la perdita di fiducia. E' chiaro che la risposta non può essere semplicemente una risposta di carattere emotivo.
Ci vogliono motivi e non emozioni per far crescere fiducia. E questo non è facile perché le risorse umane e materiali perché questo possa avvenire sono sempre limitate''. Così l'arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori nella tradizionale conferenza stampa di auguri natalizi.
Parlando ancora della crisi economica che attraversa l'Italia Betori ha sottolineato che ''la tradizione di Firenze è di attenzione alla fragilità e di innovazione continua sul piano della carità e della solidarietà che si sono rafforzate di secolo in secolo''. A questo proposito ha ricordato l'impegno della Caritas nell'assistenza alle famiglie in stato di bisogno. Ma le richieste sono in continuo aumento, ha sottolineato l'arcivescovo.
''Tutto quello che arriva per il mio ministero - ha aggiunto - va in una 'cassa dei poveri', va tutto ai poveri. Ma le oscillazione sono sempre più ampie che nel passato. In questo periodo negli anni scorsi il livello delle risorse era più alto''.
''Da questo punto di vista - ha aggiunto Betori - il Natale rischia di diventare una coperta che cerca di nascondere queste criticità, dall'altro è invece una occasione forte per rimettere dentro al tessuto sociale motivi forti e validi di inversione di indirizzo in questo processo di crescente sfiducia. Questo perché per chi crede il Natale è la dimostrazione più evidente della fiducia di Dio nei confronti dell'uomo. E quindi è uno stimolo per i credenti a ritrovare fiducia e i credenti che ritrovano fiducia diventano elementi di crescita della fiducia in tutto il corpo sociale''.
''Con la mia omelia ho voluto non tanto individuare delle responsabilità e l'unico accenno alle istituzioni era un appello a non lasciarle da sole. Per il resto volevo esprimere la mia preoccupazione per una caduta culturale della città. Certi fenomeni arrivano quando una città non sa più chi è. Non sa più dirsi, non sa quali sono i suoi valori di riferimento''.
Lo ha detto l'arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori rispondendo alla domanda se sia cambiato qualcosa nel suo giudizio espresso sulla città dall'omelia del 24 giugno scorso, per la festa del patrono di Firenze, che provocò numerose polemiche (''Un'improvvida voglia di trasgressione passa dalle piazze ai luoghi della cultura, anche qui senza che si notino apprezzabili reazioni, pur con qualche lodevole eccezione'', disse).
''Noi - ha aggiunto - non possiamo permettere che la ricchezza del patrimonio che ci identifica di fronte a noi stessi e di fronte al mondo possa essere così perduto. Dobbiamo lavorare di più per riaffermare la nostra tradizione umanistica nella pienezza della varietà dei suoi contenuti''.
Il vescovo di Roma stia dentro processi partecipativi
''Siccome il vescovo di Roma è un vescovo italiano è bene che anche il vescovo di Roma stia dentro ai processi partecipativi, però bisogna sapere'' come fare visto che è il Papa e che il suo voto è un po' diverso da quello degli altri vescovi. Lo ha detto l'arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, oggi nella conferenza stampa per gli auguri natalizi rispondendo a chi gli chiedeva se fosse favorevole all'elezione del presidente della Cei. Il cardinale è convinto che la Cei non possa fare a meno del vescovo di Roma.
''Per esempio - ha proseguito Betori - il modo con cui si nomina il segretario generale è un tentativo di far questo, non dico che sia meglio, ma è un tentativo, perché si parte da una terna su cui i vescovi votano, e i risultati li conosce solo il Papa, che poi fa una scelta che è sua ma tiene conto di quello che è l'orientamento del gruppo dei vescovi che fanno il consiglio permanente. Ecco, questo mix tra responsabilità del Papa e responsabilità dei vescovi non dico che sia il meglio però è un modo con cui si è cercato di tenere insieme il fatto che i vescovi dicano la loro e il Papa dica la sua. Ovviamente, la parola del Papa non può essere un voto dei 226''.
Infine, per quanto riguarda lo statuto della Conferenza Episcopale, ha sottolineato Betori, ''un Papa non può cambiare lo Statuto della Cei se prima la Cei stessa non presenta al Papa un suo progetto di cambiamento attraverso un passaggio che va necessariamente dentro l'assemblea generale''.
