Il testo dell'omelia che l'Arcivescovo di Firenze card. Giuseppe Betori terra' in Cattedrale in occasione della celebrazione dei Vespri per la chiusura diocesana dell'Anno della Fede.
OMELIA
La fede che proclama: «Gesù è il Signore!» è ciò che salva la vita dell’uomo. Lo sapevano bene i nostri padri, che avevano inciso sull’architrave della porta di Palazzo Vecchio queste parole: “Gesù Cristo re del popolo fiorentino”, fondando su questo riconoscimento l’identità e la libertà della città. Un riconoscimento che traeva conseguenze storiche, perfino politiche, da un convincimento di fede: quello per cui la dignità dell’uomo non ammette che ad alcuno si possa consegnare la nostra esistenza se non a colui che ce la garantisce perché è il fondamento del nostro essere, la sapienza che ci ha creati, e l’autore della nostra liberazione, il nostro redentore.
Essere stati richiamati lungo il corso di un anno a ripensare e rimotivare la nostra fede – lo si comprende bene alla luce di questa antica vicenda – non costituisce quindi un esercizio di astratta spiritualità, ma il tentativo di ritrovare ciascuno e tutti insieme l’orientamento decisivo della nostra vita, il suo ultimo significato.
Ne era ben consapevole il Papa Benedetto XVI che, nell’indire l’Anno della Fede, tra le altre motivazioni metteva in evidenza anche queste considerazioni: «Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale,ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone» (Benedetto XVI, Lett. ap. Porta fidei, 11 ottobre 2011, n. 2). A questo dissociazione tra fede e vita, tra vangelo e storia, il Papa invitava a rispondere con una presa di coscienza personale e comunitaria, perché tutti ci si sentisse impegnati a scoprire le motivazioni e le forme della fede in stretta connessione con una illuminazione più sicura dei suoi contenuti.
A queste finalità tendeva l’Anno della Fede, voluto da Benedetto XVI e confermato da Papa Francesco. Così la lettera di indizione ne individuava le finalità, connettendo strettamente tra loro confessione, celebrazione e testimonianza della fede, come pure atto di fede e contenuti della fede: «Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione,con fiducia e speranza. Sarà un’occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia, che è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua energia” [Sacrosanctum Concilium, n. 10]. Nel contempo, auspichiamo che la testimonianza di vita dei credenti cresca nella sua credibilità. Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno» (Ivi, n. 9).
Non possiamo poi dimenticare che questo Anno della Fede ha visto anche la pubblicazione di un’enciclica dedicata al tema della fede, laLumen fidei, un testo la cui elaborazione, iniziata con Benedetto XVI, è stata completata da Papa Francesco, che vi ha apposto la sua firma. Non potendo qui riassumere il ricco contenuto dell’intera enciclica, che vi invitoa riprendere in mano e a rimeditare, permettete tuttavia che ne rilegga con voi un passaggio che ne indica la finalità e quindi svela ciò che da essa possiamo attenderci; è un passo che termina con una citazione del nostro sommo poeta e che non può non risuonare stasera in questa cattedrale: «È urgente recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore. La luce della fede possiede, infatti, un carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo. […] La fede, che riceviamo da Dio come dono soprannaturale, appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo. Da una parte, essa procede dal passato, è la luce di una memoria fondante, quella della vita di Gesù, dove si è manifestato il suo amore pienamente affidabile, capace di vincere la morte. Allo stesso tempo, però, poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la morte, la fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro “io” isolato verso l’ampiezza della comunione. Comprendiamo allora che la fede non abita nel buio; che essa è una luce per le nostre tenebre. Dante, nella Divina Commedia, dopo aver confessato la sua fede davanti a san Pietro, la descrive come una“favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla” (Paradiso XXIV, 145-147)» (Papa Francesco, Lumen fidei, 4).Così il nostro Papa, con parole che illuminano e incoraggiano.
Solo il Signore conosce i frutti che potremo attenderci dall’impegno profuso in diocesi, a livello personale e comunitario, nell’Anno della Fede: come sempre non sta a noi misurare la messe, ma largheggiare nella semina, riponendo fiducia nel Signore che il solo che converte i cuori. Dobbiamo invece esprimere la nostra gratitudine al Signore e alla sua Chiesa per il dono che ci è stato fatto con questo Anno, ed è quello che stasera facciamo con questa celebrazione, per unirci poi domani con Papa Francesco nella celebrazione che egli presiederà per la Chiesa universale, a cui, a Dio piacendo, sarò presente a nome della Chiesa fiorentina.Dobbiamo dire grazie al Signore perché, anche attraverso questa provvidenziale iniziativa, ha continuato a richiamarci alle sorgenti della nostra identità di suoi discepoli. Sono quelle sorgenti che l’apostolo Paolo ci ha detto che sgorgano dalla predicazione della parola del Vangelo, per tradursi in proclamazione della verità, che è la persona stessa di Cristo, il risorto, una proclamazione che non compete solo alla parola o alla mente, ma deve scaturire dal cuore, vale a dire dall’essere più profondo della nostra persona, per farsi infine invocazione dell’unico nome che salva, quello di Gesù.
Qui si colloca allora anche il gesto che tra poco compiremo, con la consegna dell’Evangeliario della Chiesa fiorentina alle nostre comunità parrocchiali. Un gesto che si era pensato per accompagnare la chiusura della Visita pastorale nei Vicariati; poi ci si è accorti che questo avrebbe comportato che nelle diverse zone delle diocesi questo libro liturgico sarebbe giunto in tempi troppo distanziati, creando difformità. Si è allora ritenuto opportuno collocare la consegna dell’Evangeliario nel contesto di questa celebrazione. Se, come ha ricordato san Paolo, la fede scaturisce dalla Parola, questa per essere accolta nella fede, prima deve essere proclamata e ascoltata. Ed ecco allora il segno: oggi la Chiesa fiorentina consegna a ogni sua comunità il libro dei Vangeli, cioè a dire il cuore stesso della parola di Dio, perché in ogni assemblea che si riunisce per la lode del Signore possa risuonare la sua parola, con un testo in cui ogni singola pericope viene accompagnata da come essa è stata interpretata dal genio artistico che ha reso illustre il nostro popolo e deve continuare a ispirare la nostra fede. Le immagini che accompagnano i vangeli delle domeniche e delle feste non sono semplici illustrazioni, ma le linee e i colori con cui l’anima artistica fiorentina ha saputo trasporre il senso stesso della parola evangelica e che noi, anche grazie alla contemplazione di queste espressioni della bellezza, vogliamo che continui a fecondare la nostra vita.
Il senso di questo gesto è ben riassunto nelle parole che introduconoil decreto con cui ho approvato l’Evangeliario: «La tradizione della Chiesa ha sempre circondato di particolare onore i libri di cui si serve nella Sacra Liturgia, in particolare il Libro dei Santi Vangeli che vengono proclamati nelle Celebrazioni eucaristiche, come espressione della centralità che va loro riconosciuta nella vita di ogni fedele e di ogni comunità cristiana. Tra i modi con cui si è manifestato tale onore, un posto di riguardo ha l’attenzione che si è sempre avuta per la forma stessa del libro, mediante la cura riservata ai caratteri della scrittura del testo, alle immagini che lo illustrano e alla rilegatura del volume, valorizzando le espressioni artistiche di ogni tempo. Anche con la nobiltà e la preziosità degli Evangeliari la Chiesa ha espresso la propria fede e il proprio amore per la Parola di Dio e l’invito ai fedeli ad accoglierla con animo grato e spirito di obbedienza».
Vogliate accogliere nel dono che si fa a ogni comunità l’esortazione a che, dalla potenza della verità della Parola e dalla bellezza che essa ha generato tra noi, ancora oggi noi possiamo diventare libri viventi che diffondono splendore di verità e di vita buona.
Fonte: Ufficio Stampa
