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I professionisti e la crisi: parla Alessandro Jaff, presidente dell'ordine degli Architetti della provincia

Alessandro Jaff, presidente dell'ordine degli architetti della Provincia di Firenze

"Molti giovani non riusciranno a vivere dignitosamente facendo questa professione, l'università non dà le competenze adatte"

Nell'ultima punta del nostro miniviaggio nella crisi dei professionisti incontriamo Alessanro Jaff, presidente dell'ordine degli architetti della Provincia di Firenze, che traccia un momento difficilissimo fra crisi del mercato, troppi giovani che escono dalle università senza prospettive di lavoro e politica che crea problemi. Non mancano anche le proposte, fra cui l'edilizia sostenibile.
La crisi per gli architetti quando è iniziata? Ricorda un momento (una notizia, un provvedimento, l'intervento di un collega a un convegno) che le hanno fatto pensare "ecco, ci siamo".
Che la crisi avrebbe colpito duramente il settore delle costruzioni lo si è capito fin da subito: il crollo dei mutui subprime negli Stati Uniti era legato ad un settore immobiliare falsato dalla bolla speculativa. A livello locale il segnale ė stato il fallimento di molte tra le maggiori imprese di costruzione toscane. La mancanza di imprese di grande dimensione sarà un ostacolo anche per imboccare rapidamente la via d'uscita dalla crisi ed è un ostacolo all'innovazione di prodotto e di processo nel settore delle costruzioni.

Architetti e crisi, ha qualche numero a disposizione? L'edilizia è stato uno dei settori più colpiti dalla crisi, con conseguenze a volte drammatiche sull'occupazione fra coloro che costruiscono edifici. Come è la situazione fra chi progetta gli edifici, cioè gli architetti?

Una recente ricerca del Cresme ci fornisce un quadro dettagliato della situazione degli architetti. In sei anni, dal 2006 al 2012, il mercato delle costruzioni nel suo complesso si ė ridotto di un quarto, il calo ė stato del 44% per quanto riguarda la nuova costruzione. Nello stesso periodo, gli architetti hanno perso quasi un terzo del reddito professionale, tanto che nel 2012 il guadagno medio di un architetto in Italia era di 19478 euro mentre in Germania era di 46422 euro. A preoccupare ancor di più è il mercato potenziale. Il rapporto tra investimenti nelle costruzioni e numero degli architetti porta infatti l'Italia agli ultimi posti delle classifiche europee. Se la Norvegia in termini di investimenti in costruzioni ha avuto a disposizione nel 2012 più di 12 milioni per architetto, in Italia questo valore scende a 1,1 milioni pro capite. Riguardo al mercato della progettazione, l'Italia ė all'ultimo posto in Europa con appena 133000 euro di mercato potenziale per architetto e c'è da considerare che dell'intera domanda di servizi di progettazione solo il 12 - 13% viene intercettata dagli architetti, il resto viene suddiviso tra altre categorie professionali.
Un episodio della crisi che la ha particolarmente colpita (senza far nomi, ovviamente).
Mi colpiscono i tanti curricula di giovani neolaureati in cerca di lavoro che arrivano al nostro studio quotidianamente. Abbiamo la consapevolezza che non esiste un mercato del lavoro nel campo dell'architettura in grado di assorbirli. Molti di loro non riusciranno a compiere un adeguato apprendistato e si troveranno a 40 anni senza aver acquisito l'esperienza necessaria per sperare di vivere dignitosamente facendo la professione. Questi giovani sono una risorsa di competenze, acquisite dopo anni di sacrifici delle proprie famiglie, che andrà in larga parte sprecata. Il Paese ha il dovere di dare una risposta a questa emergenza sociale.

La crisi ha evidenziato dei problemi di formazione professionale della vostra categoria? Come li state affrontando?
Sì c'è un problema di formazione specifico per la categoria degli architetti. Il nodo maggiore è la distanza ormai abissale tra la formazione universitaria ed il mondo della progettazione e della professione. Oggi l'Università italiana è in grado di preparare architetti con un discreto bagaglio culturale, pur inferiore al passato, ma in molti casi non è in grado di formare buoni progettisti. l'insegnamento della progettazione architettonica necessita di laboratori con un numero di studenti ristretto, di una programmazione della didattica coerente attraverso gli anni accademici e soprattutto di insegnanti che abbiano una reale esperienza di progettazione oltre che di attività didattica. Il nostro sistema universitario non tiene conto di queste esigenze specifiche. Recentemente è stato introdotto l'obbligo dell'aggiornamento permanente per gli architetti, ma queste disposizioni non risolvono il reale problema che sta a livello di formazione universitaria e di specializzazione post laurea.

La crisi potrebbe anche essere una grande occasione di cambiamento, mi vengono in mente due cose: riduzione della burocrazia. Quali sono le necessità principali della vostra professione?
Quando sento parlare di "semplificazione burocratica" da parte dei nostri politici ho sempre paura perché solitamente, con l'intento di semplificare, si complicano le cose. Non bastano singoli provvedimenti di legge, il vero problema è che ci sono troppe amministrazioni pubbliche che si occupano, a vario titolo, di Governo del Territorio spesso agendo in contrasto tra loro e comunque appesantendo all'inverosimile sia l'iter dei processi decisionali delle PA sia l'iter delle singole pratiche burocratiche presentate dai cittadini. Dovremmo prendere atto che l'attuale assetto dell'amministrazione della cosa pubblica comporta costi e inefficienze che non possiamo piú permetterci a partire dalla recente riforma del titolo V della costituzione che in nome del decentramento ha aggravato il problema. Per quanto riguarda la nostra professione, sarebbe necessario razionalizzare il sistema delle amministrazioni che si occupano della tutela e dello sviluppo del nostro patrimonio edilizio, infrastrutturale, territoriale e paesaggistico. Oggi se ne occupa lo Stato, con le Soprintendenza e i Provveditorati, le Regioni, le Province e naturalmente i Comuni. Semplifichiamo il quadro del sistema delle PA, la semplificazione burocratica avverrà di conseguenza.

Negli ultimi tre decenni in Italia si è costruito tantissimo. È pensabile che si continui allo stesso ritmo? Coloro che dicono di puntare con decisione allo sviluppo dell'edilizia sostenibile (esempio: lo standard casaclima) sono solo idealisti o c'è del vero?
Non è pensabile che si continui ad urbanizzare il nostro territorio ai ritmi forsennati degli ultimi anni. Il problema non è solo quantitativo ma anche qualitativo. Creare grandi "villettopoli" non integrate in un sistema urbano non crea solo i danni ambientali e paesaggistici tipici dell'eccessiva urbanizzazione ma distrugge anche il tessuto sociale e la ricchezza relazionale tipici delle nostre città. Riguardo all'edilizia sostenibile il vero tema che abbiamo di fronte nei prossimi decenni, visto il rallentare delle nuove urbanizzazioni, è soprattutto la rigenerazione urbana e la conseguente riqualificazione energetica del patrimonio edilizio. Poniamoci come obbiettivo la progressiva sostituzione del tessuto edilizio di scarsa qualità costruito tra gli anni Cinquanta e Novanta del secolo scorso e favoriamo l'attuazione di questi processi rigenerativi. In un paese come l'Italia, caratterizzato da una proprietà immobiliare estremamente frazionata (pensate quanti sono rari gli edifici per appartamenti appartenenti ad un solo proprietario), occorrono norme ed atti amministrativi particolarmente premianti per i soggetti attuatori per favorire la sostituzione edilizia.

 

Gli architetti sono in aumento; stanno diventando troppi come gli avvocati? Come è la situazione nella Provincia di Firenze rispetto al resto d'Italia?

Siamo già tantissimi, decisamente troppi. In provincia di Firenze siamo quasi 5000, un architetto ogni 200 abitanti circa. Siamo uno dei territori europei con la piú alta densità di architetti. Viviamo oggi le conseguenze della mancanza di politiche per la programmazione ed indirizzo nel campo della formazione universitaria. Con l'illusione di garantire a ciascuno libertà di scelta abbiamo regalato a molti la certezza della disoccupazione o di una occupazione che nulla ha a che vedere con il proprio percorso formativo.

Avesse il potere di fare due cose per la sua categoria contro la crisi cosa farebbe?
Due sono troppo poche ne dirò almeno quattro. In primo luogo: far capire alla gente ed ai nostri politici l'importanza della cultura della progettazione e del valore dell'architettura per la costruzione dell'identità di una comunità. Una società che non comprende questi valori non ha i mezzi per costruire il proprio futuro e per conservare la propria memoria. In secondo luogo: offrire strumenti ai giovani studi per favorirne l'aggregazione e l'internazionalizzazione. Terzo: introdurre una seria politica di programmazione universitaria al fine di raggiungere un numero di architetti in relazione agli investimenti nel mercato della progettazione paragonabile alla media europea. Infine:semplificare il quadro normativo e burocratico partendo dalla razionalizzazione delle competenze affidate alle PA in materia di Governo del Territorio.
Infine una breve divagazione. Come sta cambiando la vostra professione con Internet.
Internet è uno strumento formidabile per un architetto, permette una circolazione dei progetti, delle idee e delle innovazioni tecnologiche più aperta ed immediata rispetto al tradizionale sistema delle riviste che ha caratterizzato la divulgazione in campo architettonico nel Novecento. Internet aiuta i giovani architetti ad emergere e semplifica la collaborazione a distanza anche internazionale. Ha però alcune controindicazioni di non poco conto. L'informazione sul web, anche quella d'architettura, si caratterizza spesso per la superficialità dei contenuti e asseconda la tendenza ad un'omologazione acritica dell'immagine dell'architettura. La tendenza diffusa è confondere l'architettura con l'immagine d'architettura. Il successivo passaggio verso "l'immagine alla moda" è molto breve. Internet aiuta questa tendenza negativa che comunque è portata avanti anche da molte riviste cartacee.

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