Storie di ammalati. Di ammalati e dei loro medici. Dei rapporti che si sono instaurati tra di loro. Del modo in cui hanno comunicato. Storie delle parole che sono servite per capirsi, delle modalità con cui si è dialogato e della percezione che il paziente ha avuto del tempo trascorso in ospedale, in ambulatorio o durante gli incontri con i sanitari, gli infermieri, gli specialisti.
Più che raccontare tutto questo, il libro intitolato “Medicina narrativa in terapia intensiva. Storie di malattia e di cura”, curato da Stefania Polvani e Armando Sarti – lei sociologa responsabile del servizio di educazione alla salute e del laboratorio di medicina narrativa dell’Azienda sanitaria fiorentina e lui direttore della terapia intensiva dell’ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze –, svela come il raccontare avviene e quanto è importante quando si ha un problema di salute, ci si affida a mani esperte, si entra in una relazione dove la fiducia reciproca è fondamentale, sembra a volte contare più di un medicinale, di una pasticca o di una iniezione.
Lo ha pubblicato il prestigioso editore Franco Angeli, con una prefazione del direttore generale dell’Azienda sanitaria di Firenze, Paolo Morello Marchese, che spiega perché, in un “colosso” che ha all’incirca 850 mila assistiti, più di 6.500 dipendenti, 5 ospedali in funzione, diverse decine di strutture territoriali dove si fanno prelievi, visite, esami, non ci si dimentica di quanto sia importante l’ascolto dovuto a chi sta soffrendo e sperimentando un momento difficile della propria vita, e quanto proprio questo ascoltare sia indispensabile a far bene il proprio lavoro, a ridurre al minimo fisiologico l’incomprensione, lo sbaglio, l’errore.
Il libro contiene contributi anche di altri operatori impegnati nel progetto di medicina narrativa che affrontano, per esempio, gli aspetti psicologici della narrazione o il contatto diretto fra l’ammalato e chi spesso gli è più vicino, cioè l’infermiere e dà la parola al paziente stesso, perché sia lui a dire come ha vissuto il contatto con un avvenimento tanto naturale quanto inatteso e con la complessa macchina che manovra elettrocardiografi, tomografi, respiratori artificiali, semplici sacche per flebo.
L'esperienza fiorentina nel campo della medicina narrativa è ormai decennale ed ha recentemente ottenuto un prestigioso riconoscimento al King’s College di Londra. L'Azienda sanitaria di Firenze è stata fra le prime strutture di sanità pubblica in Italia ad avviare, tramite il progetto NAME, questa attenzione al vissuto del paziente ed al suo modo di percepire la malattia come strumento per migliorare le cure, rendere più efficaci le terapie, adeguare l’organizzazione dell’assistenza e dei servizi, offrire a medici, infermieri, operatori sociali e terapisti nuove opportunità professionali e motivazioni personali.
L’obiettivo che l'Azienda sanitaria di Firenze si è dato è stato quello di accorciare le distanze tra la malattia in senso biomedico (disease) e l'esperienza soggettiva che la persona ha dello star male (illness), secondo la distinzione che lo psichiatra Arthur Kleinman e l’antropologo Byron Good dettero negli anni Ottanta dando vita appunto alla medicina narrativa. Accorciare questa distanza e creare un ponte tra le conoscenze cliniche del medico e il racconto fatto dal paziente del suo approccio all’insorgere dei disturbi e del suo relazionarsi all’ambulatorio o all’ospedale e al personale che vi opera. Un ponte considerato sempre più importante data la continua specializzazione della medicina e il ricorso sempre più ampio alla tecnologia che spesso spostano l’attenzione dalle persone ai soli sintomi.
Fonte: Azienda Usl 10 Firenze
