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“Vinum regum, rex vinorum”

La degustazione ungherese a Villa Viviani a Firenze - da sinistra Francesca Pinochi, l'ambasciatore ungherese Jànos Balla e la sommelier ungherese Helga Gal (foto claudio Mollo)

Quando Luigi XIV offrì del vino Tokaj alla marchesa Pompadour, questa particolare bevanda fu apostrofata con quello che da allora è diventato un motto proverbiale: “Vino dei re, re dei vini”.

Oltre al dolce Tokaji anche i vini bianchi secchi, fruttati ma allo stesso tempo corposi, il Kadarka, con un’acidità gradevole, o il Cabernet Franc trovano casa in Ungheria.

Le zone vinicole di questa regione, che si estende sul grembo del bacino dei Carpazi, per la loro varietà e unicità, sono degne di competere con i luoghi di produzione più rinomati al mondo.

La degustazione alla quale ho partecipato rientra nelle circa 40 manifestazioni organizzate per sottolineare i rapporti tra Italia e Ungheria nei diversi settori della cultura, della scienza, della gastronomia, del turismo e della diplomazia.

Questo del resto è l’obiettivo dell’Anno Culturale Ungheria – Italia 2013, ideato e promosso dai rispettivi Ministeri degli Affari Esteri, in collaborazione con il Ministero delle Risorse Umane d’Ungheria, l’Ambasciata d’Ungheria in Roma, Ambasciata d’Italia a Budapest, l’Accademia d’Ungheria in Roma e l’Istituto Italiano di Cultura di Budapest.

Una deliziosa degustazione a Villa Viviani a Firenze alla presenza dell’Ambasciatore di Ungheria a Roma Jànos Balla, il Console Generale Onorario di Firenze Ferenc Ungàr e che, grazie alla sommelier ungherese Helga Gàl, mi ha permesso di approfondire le conoscenze sul vino e la cucina ungherese.

In particolare la zona vinicola di Tokaji-hegyalja che si trova nell’Ungheria Nord Orientale, e che comprende in totale 27 paesi. Il territorio è la prima regione vinicola chiusa del mondo. Questo significa che non è possibile importare nel territorio uva, mosto e vino proveniente da altre parti. Nel 2002 la regione vinicola storica di Tokaj è stata dichiarata patrimonio mondiale dell’Unesco e

la bottiglia ritenuta più vecchia è stata presentata al pubblico nel corso di un’asta dai Christie’s e probabilmente proveniva dall’annata 1647 o 1648. Inutile dire che degustando i vini secchi o i Szamorodni, i vini dolci freschi oppure gli aszù ( passiti) siamo partecipi del risultato dell’incontro del terreno vulcanico ricco di sostanze minerali, del particolare microclima e delle giuste varietà di uva ( Furmint, Hàrslevelù, Muskotaly).

I piatti  proposti poi erano assolutamente raffinati. Di base saporiti come il purè di baccalà aromatizzato con paprika in polvere, il budino di manioca e la mousse di prezzemolo.  Oltre al maiale “mangalica” con crema di mais alla ricotta di pecora con cavoli, crauti e verza, anche la sella di cervo. Per questo lo chef Làszlo Ruprecht  ha avuto ottime fonti dalle quali attingere portando sulla tavola i sapori ungheresi tradizionali. I piatti estremamente ricchi di sapori, speziati, e contengono molte verdure e carni sostanziose. Per pietanze di questo tipo sono necessari vini pieni, con una seria acidità e una buona tenuta. Squisita la crema di spinaci ai funghi porcini con due tipi di fegato d’anatra. Non solo ma questi vini fanno la loro bella figura anche con il dessert, dolce di ricotta e confettura di pesca, aromatizzata con formaggio verde.

Non una semplice degustazione ma un vero e proprio messaggio culturale con l’invito a scoprire l’Ungheria.

 

 

Francesca Pinochi

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